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La paranoia ridotta dalla Realtà Virtuale [Video]


Non solo svago, intrattenimento, la Realtà Virtuale è stata già usata per trattare delle malattie serie come l’autismo, la depressione, il DPTS (Disturbo Post Traumatico da Stress) ed oggi potrebbe rappresentare la soluzione per ridurre i deliri persecutori nei pazienti affetti da paranoia. Scoprite di più nell’articolo!

In un recente studio, pubblicato sul British Journal of Psychiatry, viene evidenziato come un team dell’Università di Oxford ha scoperto che i pazienti affetti da paranoia potrebbero evidenziare un alleviamento nei sintomi grazie alla Realtà Virtuale.

I pazienti erano stati già sottoposti a dei trattamenti standard, ad esempio a cure farmacologiche, ma, purtroppo, continuavano ad evidenziare forti segni di paranoia. La Realtà Virtuale ha invece mostrato dei benefici anche laddove la medicina non è riuscita ad ottenerli.

Daniel Freeman - Prof. di Psicologia Clinica di Oxford

L’esperimento è stato eseguito su dei pazienti affetti da deliri di persecuzione, ovvero quelle persone che pensano erroneamente che gli altri li stanno guardando o che, in generale, stanno cercando di causare loro un danno di qualche tipo. Tutto ciò, ovviamente, può portare a dei comportamenti di ricerca di maggiore sicurezza, anche in situazioni in realtà assolutamente tranquille.

Per capire come alleviare o ridurre questo tipo di comportamenti, il team ha sviluppato un’esperienza VR per esporre i pazienti a delle situazioni tali da causare negli stessi ansia da paranoia. Sono stati selezionati 30 diversi soggetti colpiti da tali disturbi e gli stessi sono stati equipaggiati da un Visore VR, che, progettato per l’addestramento militare, ha un costo di circa 25.000 dollari (l’nVisor SX111). A questo punto i pazienti hanno iniziato la propria esperienza VR all’interno di luoghi per loro molto stressanti dal punto di vista sociale, come, ad esempio, la metropolitana o l’ascensore.

Realtà Virtuale e paranoia

Per confrontare le differenti reazioni paranoiche, i ricercatori hanno suggerito a metà dei pazienti di affidarsi ai propri tipici meccanismi di difesa e, quindi, di evitare le interazioni e, in particolare, il contatto visivo con i “soggetti” incontrati nella simulazione, mentre all’altra metà l’esatto opposto, ovvero di interagire e di guardare gli individui virtuali “dritti negli occhi”.

I risultati? Netto miglioramento nei pazienti del secondo gruppo, decisamente più sciolti anche nell’interazione successiva con persone nel mondo reale, e abbassamento dei livelli di paranoia anche nei soggetti appartenenti al primo gruppo.

Il metodo basato sull’utilizzo della Realtà Virtuale, quindi, sembrerebbe poter apportare dei reali benefici e, quindi, porre le basi per la realizzazione e strutturazione di un trattamento ad hoc per la cura di questa malattia. Il Prof. Freeman è infatti molto ottimista, soprattutto in considerazione del fatto che i primi risultati sono stati visibili già successivamente ad una sessione di soli trenta minuti.

Vi lasciamo ad un video di approfondimento.

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